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Oltre l'orario di lavoro

La lotta per il salario, per il lavoro, per la riduzione dell'orario ripropongono con forza la centralità della questione sociale, per la lotta di classe

di Raffaele Schiavone

da “Comunismo Libertario” N. 30 novembre 1997

Non facciamoci ingannare dalla realtà virtuale proiettata quotidianamente dai mass media nelle nostre case. La realtà vera non è quella dei fermenti agitatori delle borse di tutto il mondo o delle file per acquistare le azioni Telecom. La realtà vera, di tante famiglie, è fatta di lotta quotidiana per far quadrare il bilancio familiare, di precarietà per il futuro, in alcuni casi di vera e propria esasperazione ed emarginazione. Il lavoro ed un salario dignitoso, un orario sopportabile, restano spesso ancora una illusione, una dimensione teorica.

I padroni sono forti, certo, ma da parte delle organizzazioni sindacali confederali e delle forze politiche riformiste o liberaldemocratiche, l'aver svenduto pezzo dopo pezzo conquiste essenziali, l'aver scelto la via delle corresponsabilità nei processi di ristrutturazione capitalistica con l'utopia di governarli, è altrettanto inequivocabile.

La fase attuale si caratterizza, per lo più, in Italia e nel mondo, con l'aumento delle tecnologie che consente al capitale di produrre con sempre meno forza lavoro. Il sistema capitalistico per sua natura si muove in un'ottica internazionale, per problemi di competitività e ricerca frenetica di nuovi mercati. Il suo primo obiettivo è il profitto e necessita di far pagare le sue crisi cicliche ai lavoratori. Questi dal padrone sono considerati alla stessa stregua delle merci che producono; il capitalista cerca sempre di abbassarne i costi e utilizzare la manodopera dove più gli conviene. Non è certo una novità. Ma è anche vero che negli anni scorsi, un movimento operaio forte, più di ora, più compatto, con lotte durissime è riuscito a mettere in campo una resistenza, a frenare il potere del capitale. Oggi senza nessuna contrapposizione generalizzata di classe il capitale stesso può gestire con più tranquillità i processi di ristrutturazione servendosi di tutti gli strumenti possibili: la compressione salariale, la flessibilità selvaggia, l'abbassamento dei livelli di sicurezza, il ricorso al part-time, il lavoro nero, il lavoro interinale, lo smantellamento dello stato sociale.

La riduzione dell'orario di lavoro

In questo quadro si inserisce il problema della riduzione dell'orario di lavoro. Di recente, dopo la sceneggiata della scampata crisi di governo, la riduzione a 35 ore settimanali da realizzarsi nel gennaio del 2001, è ritornata al centro del dibattito politico e sindacale, non solo in Italia ma a livello europeo. Poco prima c'era stato l'incontro Prodi-Jospin che dava il via, di fatto, all'accordo per la ripresa della maggioranza di governo. Da parte padronale si sono subito ipotizzati scenari drammatici per le aziende, la perdita di migliaia di miliardi e minor competitività. "... le 35 ore sono una cosa pericolosissima per l'Italia..." tuonava pochi giorni fa Gianni Agnelli. Le Confederazioni sindacali si sono trovate ancora una volta del tutto subalterne non solo nei confronti del capitale e dei suoi interessi ma anche alle logiche; alle mediazioni tipiche della politica istituzionale. Anche la Cgil ha dato il via alla revisione delle pensioni di anzianità come padroni, governo e Fmi, in vista di Maastricht, impongono. Diventa un puntello del governo "amico" rinunciando di fatto ad una autonomia di intervento e di rappresentanza sociale. Rinuncia ad un ruolo conflittuale relegando la propria esistenza alla legittimità istituzionale che governo e padroni concedono all'interno di una gabbia concertativa così congegnata: prima si delinea il quadro di riferimento e solo rispettando questo e i suoi parametri si può poi inserire l'eventuale momento rivendicativo. Abdica ad una funzione prioritaria per un sindacato che dice di richiamarsi ai bisogni dei lavoratori: quella di tenerli presente pregiudizialmente contro gli interessi padronali, dell'avversario di classe. La scelta di fare una ciambella di salvataggio per una politica di governo che in poco tempo ha partorito manovre finanziarie di oltre 100mila miliardi, il via libera per chiudere la partita Welfare come e nei tempi voluti dai parametri internazionali, sono una logica conseguenza.

Le stesse divisioni interne alla Cgil rispecchiano in buona parte una divisione e contrapposizione politica tra le diverse componenti, incapaci di svincolarsi da logiche di apparato e di partito. In questa situazione la politica dell'apparire, del massimalismo, della sparata tipo... "per 100mila posti di lavoro"... fatta da Rifondazione fanno presa e magari pochi si accorgono che poi passano, tra gli altri, il pacchetto Treu e il lavoro interinale. Nel frattempo le mediazioni, le logiche istituzionali imperano e condizionano l'azione politico-sindacale anche di forze come Rifondazione Comunista, al contempo, massimalista sul terreno sindacale e supporto fondamentale per il governo.

Lo stesso dibattito sulla riduzione di orario sganciato da una analisi seria delle condizioni reali di lavoro, delle diverse forme di sfruttamento, in alcuni casi, schiavistico, della forza lavoro, sembrerebbe più un argomento per intellettuali che ricerca di strumenti i più idonei a puntellare la capacità contrattuale e di lotta.

Il capitale non ha né una morale né tanto meno è filantropo. In ogni dove lo sfruttamento si esplica con orari oltre le 10, 12, 15 ore al giorno e fra i primi a subire spesso sono i bambini, senza tutela alcuna. Anche per questo, paesi come Singapore, Indonesia, Taiwan, Malesia, Corea del Sud, registrano tassi di sviluppo impetuosi e si pongono in primo piano nello scenario della mondializzazione e della competitività tra poli economici. Pure nel ricco Occidente fenomeni di uso selvaggio della forza lavoro sono assai frequenti: il caporalato bracciantile, lavori pericolosi e durissimi, precari e sottopagati, sono davanti ai nostri occhi e destinati ad assumere livelli ancor più marcati in futuro. Sul recente accordo restano, pur nell'accettazione ovvia di principio, delle perplessità. E' una prospettiva incerta da qui al 2001, non riguarderebbe le realtà sotto i 15 dipendenti, non dovrebbe andare a discapito della produzione e della produttività.

Manca l'elemento essenziale

In linea di principio o come buoni propositi possiamo enunciare tante cose. Ma oggi manca un elemento essenziale per ipotizzare un concreto tentativo per invertire la rotta: la presenza di un movimento operaio forte, organizzato, capace di rilanciare la lotta di classe. E lavorare, organizzare, lottare, da subito, per questa necessità, non deve svilire l'obiettivo della riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a parità di paga, per contrastare il potere e lo sfruttamento capitalistico e per affrontare drasticamente anche il problema della disoccupazione, nonché di una migliore qualità della vita. E' pertanto vitale rilanciare in ogni paese questo obiettivo, per la sua enorme carica e capacità di unificare i lavoratori superando i particolarismi e le divisioni fra diversi settori, pubblici e privati.

Non ci sono scorciatoie

O ci si schiera con i propri governanti e padroni oppure si sceglie, come io credo inevitabile, la ricerca dell'unità e della solidarietà concreta tra occupati e disoccupati svincolandosi da qualsiasi logica di compatibilità capitalistica. E' un lavoro immane, ma ineludibile!!

Così può risaltare anche una forte battaglia sull'orario di lavoro come variabile indipendente, generalizzata, pregiudiziale, senza vincoli economici e giuridici che rischiano di trasformare un obiettivo dignitoso in una scatola vuota, fuori da ogni controllo. Ne resterebbero danneggiati soprattutto quei settori oggi completamente ricattati da diktat padronali. Quando serve si lavora anche il sabato e la domenica. Quando il mercato non tira si sta a casa, se va bene in cassa integrazione. Spesso è così. E' una battaglia di civiltà, culturale, fondamentalmente di classe. E non vorremmo più vedere situazioni paradossali come quella di quei ferrovieri che hanno fatto oltre 400 ore di straordinario, in un mese, gonfiando le buste paga fino a 10 milioni al mese. E' solo uno dei tanti esempi per ribadire che più che mai necessiterebbe una forte, unitaria organizzazione di classe capace di fare politica sindacale impedendo che ci siano figli di serie A e figli di serie B. La solidarietà di classe è concretezza anche in questo; lasciare spazio all'individualismo è un ulteriore elemento a favore del padrone, del governo, dello Stato.

Sia all'interno delle confederazioni come pure nella galassia extraconfederale è giunto il momento di riflettere su questi pochi elementi ma fondamentali per ridare spazio alla creazione nel nostro Paese di una prospettiva di classe, svincolata da logiche e mediazioni istituzionali e legata solo alla difesa dei bisogni primari delle lavoratrici e dei lavoratori.